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Arte dello scrivere. La SEO e R. L. Stevenson

L’ arte dello scrivere. Alcune riflessioni su visibilità, scrittura e SEO a partire dal saggio di R.L.Stevenson “On Style in Literature: Its Technical Elements” del 1884 (Da trad. Attilio Brilli, Ed. Mondadori 2006).

 

Da tempo il nostro sistema produttivo non ci spinge più a migliorare il prodotto del nostro lavoro, sia esso intellettuale che materiale. Invece di esser invogliati alla bellezza e alla perfezione, a cui la nostra natura ci richiama, siamo oggi spinti invece da quel goffo e spietato concetto di ottimizzazione dietro cui si nasconde la vera motivazione del nostro agire, il profitto. Non ha importanza se il profitto produca del bello o del brutto. Il profitto è profitto, costi quel che costi, al diavolo l’umanità.

Questa intrinseca, invisibile e subdola forza moderna che si è intrufolata pienamente nel corso dei due secoli passati nell’atto della creazione, ha reso oggi arida tutta la produzione. Invece della bellezza, la mediocrità aleggia intorno a noi come il fumo dei cannoni in una guerra persa. Ne siamo prodotti e produttori, involontariamente. E dato che abbiamo dimenticato il sentimento del bello, non ci dobbiamo stupire se, di fronte alla decadenza morale che accompagna la nostra società, di fronte alla decadenza dei prodotti che la rigenerano, ci chiediamo dove brilli in noi ancora l’ingegno.

E qui non si tratta di una polemica contro il progresso e la tecnologia, ma contro il sistema economico che rafforza la coercizione disumanizzante al solo fine del profitto. Di progresso siamo fatti e di tecnologia abbiamo bisogno per migliorare uno degli aspetti della condizione umana. Senza volerci intrufolare in un tema di così largo respiro, sarà utile giusto gettare uno sguardo nel passato, quando lo sforzo umano era volto a creare il bello. Ancora estasiato da tale esperienza, l’uomo ne ricercava le leggi, si interrogava su di essa. Come l’ossigeno inspirato dopo una lunga apnea, il bello permetteva all’uomo di ritrovare il senso della propria esistenza nel mare della monotonia quotidiana.

Robert Luis StevensonArte dello scrivere - Robert Luis Stevenson fu uno tra i grandi scrittori del secolo scorso che si interrogò sull’arte dello scrivere, ovvero da cosa dipendesse la bellezza di un testo narrativo. Proprio perché fu un grande artista e narratore cercò le leggi che governano tale arte. Ci avvertì nel suo saggio però che si apprestava ad agire come quel “bambino armeggione: smontare il balocco sonoro per vedere come è dentro”. Una operazione che rischiava di lasciar svanire nel fumo il suo meccanismo, come Hudibras da lui citato: “quanto meno capiscono/tanto più ammirano il gioco di destrezza“. Forse non si sarebbe mai avventurato perché “non apprenderemo mai le affinità della bellezza, poiché esse giacciono troppo in profondo nella natura e troppo lontane nella misteriosa storia dell’uomo”.  Eppure tentò quell’operazione al fine di permettere giusto dei “brandelli teorici” su cui riflettere e su cui poter affinare tale arte, il cui segreto della perfezione a pochi fu concesso.

Stevenson elencò quattro concetti di base per l’arte dello scrivere:

  1. La scelta delle parole
  2. La tela
  3. Il ritmo della frase
  4. Il contenuto della frase

 1. La scelta delle parole

L’artista della scrittura, a differenza degli artisti delle altre arti, ha come suo materiale “il vernacolo della vita”. Ciò comporta per il pubblico da una parte “fragranza” e “immediatezza” concettuale, dall’altra però una “limitazione singolare”. Infatti il novero delle parole è rigido, dato, non malleabile come la creta o altri materiali plastici. Con questi singoli mattoni dati, l’artista deve costruire, montare creare, “secondo una progressione logica, veicolando un senso definito e convenzionale”. Il bravo scrittore sceglie e mette in conflitto le giuste parole, al fine di render plastici tali mattoni. Qui il segreto e la differenza tra gli scrittori, che fanno uso anche di un secondo punto importante:

2. La tela

Non ha importanza di che arte si parli, sia esso il balletto o l’architettura, “la causa e il fine di qualsiasi arte è di costruire una struttura” che, più che una scelta per l’artista, è “un imperativo categorico”. Per l’artista delle lettere sarà di “intrecciare o tessere il proprio significato avvolgendolo su se stesso, cosicché ogni periodo, per mezzo di frasi consecutive, appaia in un primo momento come una specie di nodo, e poi, dopo un attimo di sospensione del senso, si sciolga e si chiarifichi”. Ciò a spiegare come la struttura della letteratura, come anche quella della musica, sia data nel tempo. Ma cosa è questo nodo? Il nodo è l’immagine da cui dipende lo scrittore e che poi nella frase trova il suo dispiegamento sintattico e razionale per ritornare ad essere, per il lettore, senso della frase, del paragrafo, del capitolo e dell’intero libro, come anche di una intera epoca, ovvero immagine! E deve essere un piacere, avverte, un piacere permesso dalla sorpresa generata dall’affiorare dell’antitesi. Meravigliosa dialettica! E non solo. Aggiunge che tale dispiegamento del nodo non deve avvenire casualmente nella frase, ma la frase deve essere portatrice di un “equilibrio sonoro” affinché sia un piacere leggerla. Ma guai a render tale equilibrio simmetria assoluta! Sarebbe la morte della dialettica che vuole invece movimento, sconcerto, sorpresa, in varietà infinita, ma sempre di un “ingegnoso nitore”. “Esigenze logiche” a cui è volto l’orecchio ipersensibile del lettore affinché nitida sia la rappresentazione, non ha importanza quanto oscuro sia l’oggetto narrato. Sarà l’artista impari al suo compito? Qui sapremo.

E’ la “cheville”, frase “insensata e annacquata” che altera la bellezza del periodo – maledetta e frequente cheville di noi scrittori minori e non certo di Stevenson. “Struttura e argomento vivono in simbiosi”, la forza e l’appropriatezza della prima dipende dall’incanto, enfasi e chiarezza della seconda, ovvero chiarezza e solo chiarezza estrema dell’argomento, di ciò che lo scrittore vuole dire. Prendiamo un vecchio redattore di cronache e un bravo narratore sintetico. Due stili diversi, del primo sarà la successione di futili frasi a catena, del secondo il fluire compatto grazie all’ingegno e alla filosofia che ha permesso il condensarsi del significato da due a una frase, creando il nodo su cui il significato si avvita su se stesso, perché dominato dall’immagine, forte e totalitaria. Ciò sarà dunque lo stile della scrittura, che deve tendere ad essere sintetico. E sarà il bello stile quello naturale? No di certo. Avverte che solo gli sciocchi potrebbero pensare ciò. Infatti naturale sarebbe quello del cronista, “farfuglio disarticolato”. Bello sarà lo stile che avrà il più alto grado di implicazioni “eleganti e pregnanti”, i cui nodi compatti e floridi tengano in pugno l’immagine originaria e chiara. Se poi vi è anche intrigo si guadagnerà nel piacere. Cosa è dunque questa tela o intelaiatura? “Una tela a un tempo logica e sensoriale, una tessitura pregnante e piena di eleganza: ecco lo stile, ecco il fondamento dell’arte letteraria”. A conclusione ci confida che lo stile fine a se stesso può essere anche piacevole laddove la visione della vita, il contenuto sia scialbo e privo di fascino. E questo può accadere non solo in Cicerone, ma anche nella poesia, dove la struttura logica può non esistere e tutto è relegato alla bellezza dei versi.

 3. Il ritmo della frase

L’arte della scrittura è rappresentativa come la pittura e parimenti temporale come la musica e per ciò come la musica è l’orecchio a sentire la bellezza della frase. Impossibile in ogni caso per la nostra arte della scrittura dire da cosa dipenda tale bellezza. Sì, sappiamo che giudice è l’orecchio. Ma in base a cosa giudichi, non può esser scoperto. Se prendiamo un verso vediamo che possiamo leggere quel verso scandendolo in varie diverse unità, ovvero in un ritmo diverso. Quale sarà quello giusto? E quello giusto ci porterà alla bellezza del verso? La frase prosastica non è il verso. Più sciatta, meno complessa, è più lunga e quindi maggiori suoni e intervalli in essa per una enunciazione sommaria. La frase deve essere ritmica ma non deve essere metrica come nel verso.

4. Il contenuto della frase

Il ritmo, scrive Stevenson, è quasi cancellato. L’inglese americano, piatto, è stata la ruspa che ha divelto le radici del ritmo nella lingua. Altri idiomi lo avevano perso prima, altri dopo. Non è un problema, non inficia la bellezza possibile della frase. Parliamo del contenuto. Erroneamente si negava l’allitterazione, presa come un errore, una storpiatura. Invece essa è necessaria e va usata nel modo opportuno. Le vocali si ripetono, le consonanti anche, insieme esse devono rarefarsi. Seguono una serie di analisi dei testi che non riportiamo, ma invitiamo il lettore a leggere direttamente nel saggio. Conclude che gli scrittori mediocri si limitano a evitare ciò che è sgradevole, togliendo qui e là una frase. Ad essi manca la visione di insieme, la padronanza dell’arte dello scrivere.

Questa ultima considerazione, che suona come un monito agli scrittori, lascia intendere la volontà per uno sforzo al miglioramento, e non certo all’ottimizzazione. Uno sforzo che costa fatica, tanto lavoro, tanta concentrazione, tanto studio, tanta esperienza, tanto dolore, tanta felicità, tanta vita, tanta passione fine a se stessa e senza altri fini. Per questo scrisse questo saggio per far sì che si migliorasse la produzione letteraria; in cuor suo, Stevenson aveva questo come desiderio.

Ma la letteratura essendo parte organica della produzione umana è influenzata necessariamente dal sistema economico di una epoca, ovvero dal modo di produrre. Come nelle altre sfere della produzione, siano esse delle macchine o dei frigoriferi, agisce in letteratura la spinta a questa disumanizzante ottimizzazione, che nulla a che fare con gli intenti di Stevenson. Vediamo come lo sviluppo massiccio dell’advertising in internet sulla base dei motori di ricerca abbia stravolto il metodo di scrittura. O forse sarebbe meglio dire, influenzato il metodo e il contenuto di scrittura. Problemi dello scrittore moderno, o scusate, dello writer, content writer etc. sono la SEO. Tutto il suo orizzonte, ampliato con fatica in secoli di evoluzione biologica e culturale, si riduce alla ottimizzazione della scrittura per i motori di ricerca, indipendentemente dal contenuto e dalla sua forma. Non la passione, ma il calcolo subdolo per la ottimizzazione e posizionamento in un motore di ricerca. Si potrebbe obbiettare: ma questo vale per l’advertising e nessuno vieta di aprire un quaderno, di prendere una penna a piuma d’oca e scrivere un bellissimo romanzo. La risposta è: nessuno lo vieta ma non è così semplice.

Il modo di produzione è così autoritario da obbligare il singolo individuo all’adattamento alle proprie leggi economiche pena la morte. Tali leggi, dette dominanti, creano un involucro politico e culturale entro cui si formano delle tendenze che veicolano e riscrivono di epoca in epoca le strategie di sopravvivenza della specie. Scrivere un bel romanzo con la punta di una piuma d’oca intinta di tanto intanto nel calamaio non comporta che con quel romanzo lo scrittore possa oggi camparci. Oltre all’ottimizzazione si aggiunge un secondo concetto oggi di voga, la visibilità.

Se ieri scrivere qualcosa di bello e sforzarsi verso questo sano ideale era ciò che non lasciava tregua allo scrittore, straziandolo di dolore se non vi riusciva, oggi è necessario solo raggiungere la visibilità. Costi quel che costi. La visibilità è tutto nel mercato, la bellezza non è più necessaria per essere illuminati dai riflettori del successo. Si apre qui una seconda obiezione: ma nessuno vieta di avere tutte e due, bellezza del testo e visibilità. Questo era vero prima, fino a qualche decennio fa, quando l’ideale di bellezza ereditato dal passato ancora splendeva di luce propria, ma esiste ancora tale ideale nelle nostre teste o le regole di lotta per la sopravvivenza odierna hanno definitivamente spento quel faro? Oggi la visibilità, costi quel che costi, è l’unica garanzia di successo e diviene logico quindi chiederci anche, se non è più necessario lo sforzo verso il miglioramento dato che la bellezza non è garanzia di successo, perché investirci energie? Perché imparare l’arte dello scrivere così difficile e impossibile, così addirittura non garante della bellezza –  come lascia intendere Stevenson -, se basta imparare le tecniche SEO per avere visibilità?

E’ chiaro già come le preoccupazioni dei nostri simili di un secolo e mezzo fa fossero molto più avanti di quanto noi riusciamo oggi solo a intravvedere con lo sviluppo della scrittura in internet. Una scrittura che nasce monca prima ancora di essere concepita. Arida prima ancora di aver respirato la brezza tiepida del mattino. Cieca prima ancora di aver inteso che è necessario osservare. Avvertiva Victor Hugo che scrivere “non è cosa che si possa fare a volontà. Un romanzo, a suo modo di vedere, nasce, in maniera in un certo qual senso necessaria…”. Non si tratta di mettere quella parola chiave ripetuta quel tot di volte come in questo articolo che ha arte dello scrivere come parola chiave; non si tratta di mettere un contenuto così esposto tanto da attirare l’attenzione del navigante per dirottarlo su qualche altra pagina e poi su un’altra ancora giusto per far smuovere qualche click su qualche advertising. Si tratta di visione, si tratta di volontà dello scrittore e poi, solo conseguentmente, di arte dello scrivere. E tutto ciò è proprio ciò che manca. Tragicamente.

Published inLetteraturaRecensioni e Richiami

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