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Dal bello al realismo – la parola a Černyševskij

E’ il bello oggettivo o soggettivo? Che rapporto tra arte e realtà? Alcune brevi considerazioni sul realismo del giovane Černyševskij.

Autore russo Nikolay Černyševskij, esteta, teorico, scrittore, democratico russoNel 1855 l’esteta russo, autore del famoso romanzo “Che fare?”, teorico dell’arte, nonché scrittore apertamente democratico rivoluzionario, Nikolaij Černyševskij, introdusse le sue idee sul realismo partendo dalla domanda sull’arte e sul bello. Si chiese Černyševskij in una breve introduzione dal titolo “Rapporti estetici fra arte e realtà” cosa spingesse l’uomo all’immagine (obraz). Per questo riteniamo importante presentare tali riflessioni vicine alle posizioni che animano il presente blog.

“La carenza di una situazione soddisfacente nella realtà è la fonte della vita nella fantasia”. La spinta materiale che l’uomo riceve per via dell’insoddisfazione della realtà permette l’aprirsi di un mondo traslato dal mondo reale, interamente sulla base del desiderio insoddisfatto. Questa forza immaginifica propria dell’uomo diviene comunemente chiamata fantasia. Fantasia che però distingue il tentativo di soddisfazione dei “bisogni autentici della natura umana, che cercano e hanno il diritto di trovare soddisfacimento nella vita reale, dai bisogni fittizi, immaginari che rimangono e devono rimanere sogni oziosi”.

Questa differenza tra bisogni reali e bisogni fittizi è importantissima per capire il carattere ozioso del mondo fantastico su cui la classe oggi dominante esercita il suo dominio. La traslazione della realtà in un mondo fittizio, dove i bisogni reali vengono nascosti da bisogni fittizi, permette il perpetuarsi del dominio negando la nascita dell’immagine progettuale, su cui la classe dominata può ricostruire la propria dimensione narrativa e dunque identitaria e dunque di potere. Non dominano le armi, la violenza o la religione, domina l’immagine attraverso l’impero mass-mediatico che con le pubblicità, i brand e relativi e vasti contenuti ad hoc nasconde il reale mondo di cui abbiamo bisogno.

Se è vero che la fantasia opera a partire da tale privazione di soddisfazione reale, coprendo la mancanza con la “ricreazione” del bello, il bello dunque apparterrà già alla realtà, ovvero la realtà è di per sé bella, ricca e foriera di ogni nostra creazione. La bellezza è infatti oggettiva. Da qui il secco realismo capace di spodestare l’ideologia romantica propria della borghesia rivoluzionaria tedesca di ieri (secondo cui la sua arte era più bella della realtà stessa) e della borghesia conservatrice mondiale di oggi (secondo cui la sua menzogna è più forte della realtà stessa).

Ma chi stabilisce ciò che è fittizio e ciò che è proprio del bisogno umano? Dunque chi e cosa stabilisce ciò che è bello? Il nostro autore arriva in tempi non sospetti alla concezione della prassi come pietra di paragone per l’affermarsi del bello e del falso regalandoci una ventata di ottimismo in questi bui e grigi giorni nostrani, dove l’immondizia immaginifica domina e riproduce il potere. Infatti sarà la prassi a spazzare via il fittizio dall’utile, e ciò può costare tempo ovvero secoli, decenni o giorni.

Così per concludere riportiamo la definizione lapidaria, semplice e geniale del bello da parte del giovane autore russo: “Il bello è la vita che ci ricorda di essa”. Altro non si può aggiungere. Se non che nella domanda del “Che fare?” il programma è scritto proprio tra la scienza e l’arte.

 

 

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