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Per una immagine del lavoro e della disperazione nell’opera omnia di Edgar Reitz – Heimat

Heimat di Edgar ReitzTrattare questioni di natura scientifica, quand’anche legate alla dinamica del lavoro e alle sue problematiche connesse, può comportare alcune volte, e accade troppe volte, la perdita di vista dell’insieme. E, sopratutto, la perdita del senso che le tiene unite.

L’insieme si presenta sempre e solo come una immagine, più o meno chiara che, posta all’orizzonte ci permette di orientare il nostro ragionare sui dettagli, ordinandoli, dandogli appunto quel senso con cui li abbiamo conosciuti. Non si tratta solo di numeri statistici, come la riflessione sulla scienza ci ha già insegnato, bensì anche delle stesse teorie vere e proprie, che a loro volta e sopratutto queste, necessitano proprio di un chiaro orizzonte su cui spiegarsi.

Tale immagine vivida e chiarificatrice, o anche orizzonte infinito entro cui tutto acquista un nuovo senso, la ritroviamo realizzata e chiara nella produzione artistica, in quell’atto produttivo immediato, con cui l’essere umano tenta di ritrovare se stesso e facendo ciò costruisce il suo mondo interpretativo. Questa immagine illuminante sarà tanto più portatrice di verità quanto più sincera e legata ai bisogni essenziali del singolo.

La distanza tra l’orizzonte e la strada percorsa dal pensiero è incolmabile, come già sappiamo dall’esperienza. Eppure questo salto dalla strada del ragionamento all’orizzonte che lo orienta è possibile. Il salto lo chiamiamo qui intuizione.

Il cinema, sebbene sia oggigiorno un’ arte morta, ma non fu morte naturale, gode fortunatamente, ogni tanto,  di qualche atto di vitalità. Si vuole allora suggerire questo orizzonte interpretativo, entro cui ragionare e non ultimo intuire presentando una chiara immagine sul lavoro suggerita in una sublime opera cinematografica, quella del regista tedesco Edgar Reitz dal titolo “Heimat”.

Egdar Reitz ha descritto nel suo Bildungsroman una epoca della Germania che va dal primo ‘900 fino ad arrivare ai giorni nostri, tuttavia è un intero paradigma di una intera epoca dei paesi a capitalismo avanzato.

La saga si articola in tre grandi blocchi: Heimat 1, 2 e 3. La storia è quella di una famiglia in un piccolo paese immaginario della Germania. Gli abitanti vivono del proprio lavoro: contadini, allevatori, fabbri. La struttura sociale è molto semplice. Ogni famiglia costituisce un nucleo a sé in perfetta armonia con l’ambiente. Il focolare domestico è il centro dell’esistenza dove i personaggi, secondo il proprio carattere, conducono la loro vita. Ovvero la forza caratteriale del singolo ne determina il destino. La narrazione seguirà i destini dei singoli attorno ad un unico centro.

Il progresso portato con le due guerre irrompe però in questo microcosmo, accelera i tempi dell’esistenza, e lentamente strappa dal proprio destino i propri individui.

Siamo in Heimat 2, la seconda parte della saga. Protagonista è ora Hermann, un giovane artista, figlio della famiglia protagonista in Heimat 1. La sua vita sarà emblema del risultato della storia della Germania ma anche dell’ Europa del secondo dopoguerra.

Non siamo più in un paese agricolo, ma nella ricca Monaco degli anni ’60, dove l’individuo, strappato dal focolare domestico e dalla capacità di governare il proprio destino, inizia la sua ricerca vorticosa del senso. Il lavoro non è il vero problema, come non lo è la sussistenza. La ricchezza c’è, come c’era quella dei campi nelle generazioni passate, che sì, necessitava fatica, ma si presentava come certezza. Incognite erano tutt’al più le stagioni, che potevano impedire un buon raccolto, per questo addomesticate solo dalle credenze popolari. A Monaco invece si può vivere bene, e si può anche iniziare a pensare. Ovvero risolto il pericolo della sussistenza il pensiero si spinge verso l’ignoto e si sperimenta nell’arte, nella filosofia, in un nuovo ideale della politica. Il destino è sempre nelle mani dell’individuo che vive una fase di passaggio, dalla vecchia civiltà a quella nuova. Tutto è ancora a portata di mano, a portata di essere umano. Ci sono altre incognite, ma il passaggio non è traumatico, anzi apparentemente la civiltà crede di aver fatto un passo in avanti. La narrazione qui segue più voci, si articola in più protagonisti, tutti centro della propria storia.

In Heimat 3 la narrazione si trasforma completamente. La molteplicità centralizzata di Hemat 1 e la individualità polifonica di Heimat 2 lasciano il posto alle forze incontrollabili della storia e dell’economia. Il carattere individuale non è più padrone del proprio destino, ma soggiace spaventato. E’ sconfitto e rimane senza speranza. Si apre una nuova epoca di incertezze, che pesa tutta sulla giovane generazione.

I giovani hanno perso il lavoro nelle campagne e la vita delle campagne, hanno perso il lavoro nelle città e devono ora misurarsi nelle città con una entità smisurata che non può non coglierli impreparati. Tutto il ciclo si chiude sul volto della nipote di Hermann, un meraviglioso primo piano che raccontando il dramma delle nuove generazioni colte nel tono dominante della disperazione rinobilita l’arte del cinema.

Questa entità smisurata contro cui non si può fare nulla, contro cui le forze del singolo non sono sufficienti, contro cui la volontà, il talento, la determinazione, la resistenza, l’ambizione risultano annullarsi, rappresenta il mondo nuovo. Qualcosa che non ha un volto o un colpevole, come nelle passate dittature, ma divenuto sistema grazie al consenso sociale. Il sistema creato ciecamente dai legami tra gli individui si ritorce ora contro gli individui stessi.

L’immagine finale di Reitz, il primo piano della nipote di Hermann, è quell’orizzonte con cui il nostro ragionamento da alcuni anni a questa parte, con vigliaccheria o con coraggio, con maturità o con superficialità si sta facendo strada. La disperazione da lui descritta è il sentimento dominante che lentamente si sta diffondendo nella popolazione giovane, e che sta riorientando i nostri modi di pensare, di agire, di essere e di credere.

Un sentimento generalizzato non è solo un modo di vivere comune in un presunto mondo oggettivo, ma lo fonda oggettivizzandolo in quel preciso modo. E’ la scienza che deve poi far i conti con questa nuova oggettiva realtà posta dal sentimento, e non il contrario. Quell’orizzonte è come il chiarore dell’alba che proviene da lontano, esso illumina diffondendosi lentamente e rende i colori tali a come noi crediamo di vederli.

La disperazione tratteggiata dal regista è fondata non tanto su una semplice perdita del posto di lavoro, di un contratto, o uno stipendio. Narra invece un modo di essere intimamente connesso e causato da una trasformazione avvenuta nel corso del secolo, di cui Heimat a volo d’uccello ne permette una visione. Qui bisogna cogliere la riflessione poetica del regista per non cadere in una riproposizione stantia di soluzioni che in passato, con le dovute differenze, hanno legato forme politiche apparentemente diverse tra loro, il fascismo e lo stalinismo, a sistemi economici molto simili.

La semplice e sola redistribuzione della ricchezza non può essere una soluzione credibile, senza contare la praticabilità o meno di questa, visti i rapporti di forza che legano le classi sociali. Occorre uno sforzo in più per non permettere al ciclo storico di ripercorrere a vuoto vecchi percorsi. Non abbiamo certezze sulle strade da percorrere, eppure una soluzione è necessaria. Servono intuizioni, e ne servano tante. Intuizioni sulle possibili forme produttive che scardinando il vecchio modello di proprietà ripropongano un concetto nuovo di ricchezza, e dunque di benessere, di felicità, di prosperità e di tutto ciò che le nuove generazioni avranno bisogno per cancellare la disperazione, quella disperazione, sintesi di un secolo di sviluppo, dipinta sul volto di lei.

Published inCinemaRecensioni e Richiami

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