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Tango Tehran, e il nuovo mondo

Tango Tehran è la prima storia d’amore tra un poliziotto di New York e una ragazza iraniana sullo sfondo della cultura del tango ambientato a New York e a Tehran.

 

Tango Tehran Ermanno Felli

Tango Tehran è il mio primo romanzo. Devo ringraziare per prima cosa Thomas Schmidt, un caro amico tedesco. Fu lui, involontariamente, a suggerirmi l’idea chiedendomi se ero disponibile a lavorare ad un documentario che raccontasse l’assurdità della censura sul tango a Tehran. L’idea mi piacque. Il tango, dopo circa un secolo, era  ritornato ad essere clandestino. In quel tempo, era il 2012, vivevo a Berlino ed ero alla ricerca di soggetti. Lasciai passare qualche giorno ma, senza che lo volessi, mi venne in mente un finale che sentivo funzionare e che non si prestava ad essere per un documentario. Era una immagine forte che non mi dava tregua. Vedevo e rivedevo quel finale e sentivo in esso tutta la potenzialità. Era un classico finale di una felice storia d’amore. Lo stesso che è presente ora nel libro.

In quel momento non avevo voglia di fare del documentarismo critico. Avevo voglia di toccare altre corde, quelle della narrazione, dell’invenzione dei personaggi e della trama. Avevo bisogno di storie a lieto fine, che mi dessero forza di andare avanti. Declinai l’invito. Cercai un co-sceneggiatore tedesco per avere una versione pulita in lingua tedesca e mi misi a lavorare alla storia. Il titolo, Tango Tehran, uscì facilmente. Fu un lungo e duro anno vissuto a Berlino. Forse uno dei peggiori. Dovetti sacrificare tanto della mia vita, ne ho un ricordo doloroso, ma ogni lacrima di dolore si versò magicamente nella storia. Da quel fiume di idee in cui ero immerso venne al mondo il protagonista, Gabriel, poi Sareh e Danielle, le due donne, e altri personaggi di cui parlerò dopo.

Un secondo amico e collega da ringraziare è Mirko Jaetschmann. Lo conobbi perché cercando uno sceneggiatore che mi aiutasse con la lingua tedesca mi imbattei casualmente in lui. Con Mirko lavorai alla prima idea che era ambientata inizialmente a Berlino. La storia era molto diversa. Sebbene non avessimo ancora la sceneggiatura scritta, sentivo il mio Gabriel, come anche gli altri personaggi, soffrire in quei panni tedeschi. E anche tutta la storia mancava di slancio, di conflitto, direi di fuoco. Iran contro Germania. Reggeva poco. Decisi così di stravolgere quel personaggio e, essendo una storia d’amore, decisi di metterlo in una terra che secondo le cronache degli ultimi anni confliggeva maggiormente con l’Iran, negli USA. Gabriel e gli altri personaggi, collocati a New York, riuscivano a prender fiato: Usa e Iran, sì, il conflitto era estremo. Sentivo ora Tango Tehran fare un grande salto qualitativo. Con Mirko continuai a lavorare alla prima stesura della sceneggiatura che fu immediatamente scritta in inglese. Con lui discutevo le scene, i dialoghi, e correggeva il mio inglese. Piano piano prendeva corpo la storia e, come un gioco ad incastri, sembrava che tutto tornasse alla perfezione. I personaggi godevano di vita propria e il mondo del tango aveva al suo servizio me, suo devoto da molti anni.

I miei rapporti con l’Iran erano deboli. Amicizie iraniane, colleghi iraniani, letture dei loro poeti, film del magistrale cinema iraniano furono le uniche fonti da cui attinsi. Non sono mai stato in Iran. Neanche Mirko, il quale però, cogliendo immediatamente i miei intenti, mi offrì materiale di ricerca valida come il Tschahar Shanbe-e Suri scoperta da Gabriel nel terzo atto. L’apporto di Mirko è stato fondamentale, per questo abbiamo firmato insieme la sceneggiatura.

Con la sceneggiatura sotto braccio dovevo ora interessare finanziatori degli USA a fare il film. Cosa non semplice oggi. I motivi sono vari e non voglio discuterli ora perché sono di ordine politico, economico e culturale. Andai a Londra e lì, proponendo il film, vinsi il secondo premio al Raindance Film Festival di Londra nel 2014 come miglior storia e miglior pitch. Lo vinsi lo stesso giorno in cui mi arrivò la comunicazione che eravamo stati selezionati al prestigioso Sundance Film Festival. Purtroppo non passammo la finale, ma quella selezione mi diceva che ero sulla strada giusta e che potevo migliorare la mia sceneggiatura per passare al Sundance e ottenere i finanziamenti per Tango Tehran. Alcuni investitori inglesi erano interessati alla storia, ma la mia mancanza di esperienza in qualità di regista e produttore, nel mondo del lungometraggio da grandi budget, non giocava a mio favore. E’ necessario dire che importanti produttori affermati che accettano un progetto di uno sconosciuto appartengono ad una epoca che non esiste più.

Qualcosa però, parallelamente, mi infastidiva. Tango Tehran era passato attraverso il setaccio di ben due lingue che non mi appartenevano, pensato in tedesco e scritto in inglese. Per questo motivo sentivo la storia in qualche modo sfuggirmi. Avevo bisogno di sentirla più vicina, di farla mia come la mia pelle. Pensai di riscrivere la sceneggiatura in italiano. Ma era uno sforzo enorme che non mi avrebbe aiutato molto. Inoltre avevo un bisogno struggente di raccontare al pubblico Tango Tehran con qualsiasi mezzo avessi avuto a disposizione e intuivo che i tempi di una sua versione cinematografica sarebbero stati lunghi.

Nel frattempo ero tornato a vivere in Italia.

Fu allora che decisi di arrivare alla completezza di Tango Tehran attraverso l’uso delle parole, che non hanno bisogno di investitori, ma solo se stessi con la propria costanza e tenacia. Decisi di recidere ogni rapporto lavorativo e chiudermi a scrivere. Unico sforzo ed investimento necessario. Abbandonai con dispiacere una forma artistica, quella cinematografica, a cui tenevo, ma legata al coinvolgimento di grandi capitali tornando ad una forma antecedente al cinema e più alla portata di tutti e di me, la scrittura.

Tango Tehran è ora in italiano, in forma di romanzo. Lo propongo in questo periodo alle case editrici e ci saranno aggiornamenti nel futuro sui risultati. Importante per me ora è solo sottolineare che la scrittura del romanzo Tango Tehran mi ha permesso di entrare meglio nei personaggi, ampliare, affinare, approfondire, aggiungere e togliere tutto ciò che nella lingua inglese poteva sfuggirmi. Dalla sceneggiatura al romanzo, ma poi dal romanzo di nuovo alla sceneggiatura. Infatti, sulla base del romanzo rimetterò mano al film, quando sarà il momento.

Gabriel apparse così, un giorno. Lo avevo visto in quel lampo avuto a Berlino nell’ultima scena e mi chiedevo chi fosse. Il suo volto era oscurato dalla mancanza di chiarezza di tutta la storia. Tentai di rifare il percorso inverso per costruire il plot. Partendo dalla fine ci si chiede sempre “perché questa scena? cosa è accaduto prima?”. Piano piano, con molta difficoltà dipanavo i fatti cercando di dargli un ordine e arrivato alla fine, ovvero all’inizio della storia, cercavo di vedere se quell’inizio mi avrebbe portato proprio a quel finale. Non accadeva mai e la storia non reggeva. Sentivo che non vi era una linea retta, tesa verso una direzione ineluttabile. E ciò non mi piaceva. Cambiai tecnica. Decisi allora di definire prima chi fosse quella persona nell’ultima scena sulla base solo del suo carattere, del destino della sua vita, indipendentemente dal finale. Era un salto logico che mi catapultava nelle tenebre più fitte. Dovevo procedere solo con il flebile fiammifero dell’intuizione, flebile perché provocato, indotto e non spontaneo, sperando che quel carattere mi avrebbe condotto a quel finale. Non più logica dei fatti, ma ineluttabilità del destino di una persona scritta sul suo volto. Piano piano schizzai una biografia del personaggio per chiarirmi proprio quei lineamenti. Lo andai a spiare a volo d’uccello negli anni antecedenti fino alla nascita e, come preso da un vortice, caddi, ancor prima, nella storia dei suoi genitori. Tutto quel materiale mi servì nel creare le basi di Tango Tehran. Raccontavo e ri-raccontavo a Mirko la storia, anzi le varie biografie dei personaggi, e sentivo che piano piano quella era la tecnica giusta. Ad un certo punto trovai l’aggancio nella sua biografia per iniziare a tracciare le linee del nostro plot.

Mentre scrivevo mi nutrivo unicamente di serate passate in milonga e, di giorno, scrivevo a casa ascoltando opere di tango, selezionando i brani a seconda dello stato d’animo dei miei personaggi. Questo connubio ballo-musica era ciò che mi serviva per affrontare il lungo viaggio. Non potevo cedere. Tango Tehran doveva essere la prima storia di tango in cui si facesse piazza pulita dei luoghi comuni sul tango, e si accennasse ad una sua filosofia che doveva essere spina dorsale di una nuova visione del mondo. E da milonguero sapevo che avrei potuto coniarla. Doveva provenire però non dalla testa di un singolo pensatore, ma dal corpo, dalla materialità di un ballo popolare, dall’educazione del corpo stesso, dalla milonga. Proprio lì, in milonga, ballando e osservando gli altri, fiorivano spunti narrativi. Mi sembrava che il disegno dei passi creasse delle strutture di pensiero che dovevo tradurre in fatti e concetti necessari al romanzo. Volevo riuscire a  ridare al lettore quell’idea del tango che mi affascinava da anni. Avevo già avuto il mio primo successo nel 2006 con il documentario “Felix Picherna – Walking tango in Moscow” sul leggendario dj di tango di Buenos Aires, Felix Picherna, ma la chiave narrativa mi permetteva ancora di più.

Tango Tehran nasce in un periodo di totale caos nel mondo. Viviamo la terza guerra mondiale un pò come il popolo americano visse la seconda, senza accorgersene. Mai ci furono così tanti morti e mai così tanti territori furono in guerra contemporaneamente come ora. Mai un conflitto così acuto tra le risorse e la distribuzione di esse aveva messo in ginocchio una specie vivente. E’ il crollo di qualcosa e non sappiamo di cosa. Forse di un ordine basato su di un sistema economico che sta scuotendo i pilastri dello Stato nazione e dello Stato di diritto preparandosi al suo lento tracollo. O forse è la nascita di un nuovo mondo di cui ancora tardiamo a vederne i connotati. Con Tango Tehran volevo offrire la mia visione delle cose. Ne avevo bisogno. Ho voluto riproporre un principio valido per tutti. Ho voluto suggerire di non far uso della ragione, ma della passione. Perché essa è incontrollabile e sbaraglia ogni dominio. Essa stessa è tiranna e non accetta altri tiranni, interni ed esterni, come anche nessuna democrazia. E’ l’unica a poter fare piazza pulita di tutta l’immondizia moderna che ci toglie il respiro, che ci disumanizza. E’ l’unica a poter creare le basi di un nuovo mondo ritagliato sui nostri bisogni. E’ l’unica vera guida nel difficile percorso dell’esistenza. Tango Tehran mi ha permesso tutto ciò.

Gabriel e Sareh ora vivono di vita propria, felici nel loro mondo. Non credo di aver perso il mio tempo o alcunché. Credo di aver trasformato qualcosa e di aver creato ricchezza. Di quella reale, perché intangibile. Essi ora esistono. Esiste il romanzo Tango Tehran. E forse esisterà il film Tango Tehran. I lieti fine invece esistono solo nelle storie inventate. L’amore reale si è perso nel tempo, e il tempo lo sublimò in arte.

 

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